sabato 26 maggio 2012

Altolà alle foto cesse: con la mandibola in fuori siamo tutte fotogeniche!



Tutto nasce, come spesso accade alla sottoscritta, grazie al caro vecchio Facebook, che odio ma del quale non posso fare a meno.
Facebook che spesso mi fa rimpiangere quando c'erano le pellicole e costava svilupparle, quando insomma per sentirsi fotografi occorreva ragionarci, sulle foto, e non era sufficiente un compattina con cui riempire una memory card in pochi secondi come un invasato sperando di cavarne almeno uno scatto decente.
Il caro vecchio dilemma: quando vengo taggata in una foto in cui ho quella faccia un po' così, quell'espressione un po' così (in questa frase la parola "così" è liberamente sostituibile con la parola "ebete") che fare? Staggarsi immediatamente e rischiare di ferire un amico o deglutire rumorosamente ed iniziare a postare come una forsennata, nella speranza che quella foto finisca così in fondo alla timeline da non essere più salvabile nemmeno con l'intervento dei tizi dell'amaro Montenegro?
Solitamente opto per il salvataggio dell'amicizia, ma la cosa mi crea disagio. Non sono uno splendore di ragazza, non verrò mai scelta come tesimonial per la Pantene e nemmeno come controfigura di Angelina Jolie, ma non sono "così" cessa, perdiana! Perchè devo venire cessa nelle foto?

Ci sono siti che consigliano di essere naturali, di provare e riprovare le pose in cui effettivamente diamo il meglio di noi, di sorridere e di essere noi stesse: tutti consigli utili. Certo. Utili come a dire che con un paio di Jimmy Choo ai piedi la nostra autostima crescerebbe.
Poi ci sono consigli come quello in cui si è imbattuta la Princess, e dal quale è scaturito questo post, un po' datato, ma che mi fa sempre scompisciare dalle risate.
Certo che se siamo naturali, se indossiamo colori che ci si addicono e se siamo solari e sorridenti siamo anche più fotogeniche, geni! Tuttavia, noi ragazze solari e piene di gusto nell'abbigliamento, lo sappiamo bene che la foto cessa è in agguato lo stesso, pronta a zompare sulla nostra timeline quando meno ce lo aspettiamo.
E poi mica possiamo essere solari e sorridenti in qualsiasi situazione...
Serve il trucco, non la strada faticosa, per essere gnocche nelle foto! Noi vogliamo la dieta Dukan della "fotogenicità", non un anno di palestra e regime alimentare da campo di concentramento!

Ora esiste la soluzione. Ora possiamo eliminare il problema alla radice e dire "adieu" alle foto cesse!

Il trucco molto più seplice per essere SEMPRE fotogeniche e ce lo spiega il fotografo americano Peter Hurley (fratello separato alla nascita di Francesco Renga) in un tutorial alla portata di tutti.
Sopravvivendo ai primi momenti del video, nei quali Peter se la tira come un pazzo ed elenca quali mirabolanti ed imperdibili dvd abbia prodotto, impariamo che il segreto delle foto gnocche è nella mandibola.
I ritratti più riusciti sono quelli nei quali la mandibola è ben definita.
Arrivando circa al minuto 9 del video, Peter ci mostra come il tirare in avanti, da parte del soggetto della foto, tutta la testa (dalla fronte al mento) non faccia che pronunciare la linea della mandibola, rendendo il fotoritratto very cool (no, nella realtà non si sente lo "sbam!" quando tiriamo avanti la mandibola e diventiamo very cool, quello nel video è opera dell'ego di Peter).
Questa postura avrebbe poi il portentoso effetto di eliminare quella "mini maniglietta" che si forma sotto il mento e che, appiattita nella foto, ci rende un po' tutte delle pellicane un po' buffe. E nessuna di noi vuole essere nè buffa nè ricordare un pellicano, quando viene immortalata in un'immagine per i secoli dei secoli.


E che ci vuole ad andare in giro con la mandibola ben tesa e la testa in avanti rispetto alle spalle?
Basterà semplicemente incrociare tutte le altre persone sempre da di fronte, dal momento che di profilo sembreremo tante gobbette di Notre Dame.
Non so a voi, ma a me la cosa pare piuttosto fattibile. Sicuramente più fattibile dell'essere sempre solare e sorridente.

La Redazione

martedì 22 maggio 2012

Cronache dal terremoto, ovvero una criceta con la sindrome post traumatica da stress. E stavolta non c'è niente da ridere.


"Che cos'è?!?!?"
Sono le 4.04 di domenica mattina, ma io non lo so. La mano di FF stritola improvvisamente la mia ed io passo direttamente dal sonno alla casa che balla il can-can senza nemmeno passare dal via e ritirare le ventimila lire.
Mi ci vogliono due secondi circa per capire perchè mai la panca nell'altra stanza sia sbattendo con un "din din din" violento, perchè mai il letto stia ballando a quel modo. Le opzioni che mi passano per l'anticamera del cervello sono tante:
A. FF è sonnambulo e, dormendo, mi sta giocando un pessimo tiro.
B. Siamo finiti in una versione casalinga di Amityville Horror.
C. TERREMOTO [@##°!
"E' il terremoto, vero?", chiede nel buio FF.
"Sì, fuori!"
Ci alziamo come due molle, con il pavimento che trema sotto i piedi. Accendiamo la luce e sta in effetti tremando tutta la casa.
Scendo un paio di gradini, poi mi guardo indietro perchè, se FF non è appena un passo dietro a me, col cacchio che me ne vado senza di lui. FF c'è, e in quel momento tutto smette di tremare.
Ci guardiamo in silenzio.
Abbiamo capito che cosa sta accadendo, ma non lo abbiamo veramente capito: il terremoto? Possibile? Ma la pianura padana non era una zona asismica?

Senza dire una parola finiamo di scendere le scale. Al piano di sotto io afferro istintivamete le chiavi dell'auto, FF apre la porta d'ingresso e la lascia socchiusa.
"Tu e la tua mania di chiudere a chiave", dice. Come se dovessimo temere più il terremoto che non i ladri, in condizioni normali.
Apriamo la persiana del soggiorno e guardiamo fuori. La notte è buissima.
Un vicino si affaccia alla finestra della casa di fronte alla nostra e ci salutiamo con la mano, in silenzio. Penso che fino ad un secondo prima non avesse nemmeno idea che noi esistessimo come vicini. Sentiamo altre persiane che si aprono, ma non si capisce dove.

Accendo internet alla ricerca di informazioni, per capire dove diavolo possa aver colpito il terremoto e che cosa cavolo stia succedendo nel mondo.
Nessuna informazione, è ancora troppo presto.
Poi, in un lampo di genio, accendo Twitter. Nella notte non ci sentiamo più tanto dei bimbi sperduti: Dani è impaurita e non sa se andare a fare la pipì o meno, Carlo se ne frega se rischia di morire durante una scossa col cellulare in mano: deve sentire che c'è qualcuno che sta condividendo quel momento con lui. Alla faccia di chi dice che i social network sono una perdita di tempo, lo capisco appieno. Ho un bisogno fisico di stare in contatto con il mondo. E poi proprio su Twitter circolano le prime notizie.
Pare che sia successo qualcosa in Emilia Romagna. Skytg24 è il primo a dare delle informazioni concrete, raccontando che un forte sisma avrebbe colpito l'Emilia. "Nessun allarme tsunami", rassicura però.

FF ed io restiamo lì, col portatile in mano, le finestre e la porta d'ingresso aperte, tutte le luci accese, vicini sul divano, a cercare di capire. Come due ebeti che non vogliono accettare che sia successo davvero (o che stia ancora accadendo?).
Non è possibile.
Siamo spaventati a morte nonostante capiamo che qui a Padova non è successo nulla, rispetto a quello che pare essere accaduto altrove.
Mi arriva un sms di mio padre, che chiede come stiamo e dice che ha paura. Mio padre ha paura? E da quando? Questo mi spaventa a morte.

Torniamo a stenderci a letto dopo un'infinità di tempo. Nel buio un'altra scossa.
Il cuore mi pompa nel petto tanto velocemente da far male e penso che se avessi anche solo un qualche minimo difetto cardiaco congenito sarei già morta e sepolta.
FF cerca perfino di riderci sopra, prendendomi in giro e chiamandomi "criceta". Dice che sono come i criceti, che quando si spaventano, invece di reagire, si paralizzano e muoiono. E' colpa mia se non sono riuscita a capire subito di essere nel bel mezzo di una forte scossa di terremoto invece che in una Jacuzi impazzita? Ma non importa, va benissimo riderci sopra e cercare di fare finta che tutto sia normale, che non siamo stati a tanto così dal perdere tutto o, ancora peggio, dal perderci. Il pensiero mi fa male fisico.
Gli stritolo la mano nel buio, mentre con l'altra continuo a stare collegata a Twitter, alla ricerca di informazioni e di vicinanza. Tanto chi ha intenzione di dormire?

Domenica giornata pessima. Le notizie parlano di un terremoto devastante in Emilia Romagna, parlano di vittime, parlano di sfollati, parlano di una bambina salva per miracolo solo perchè qualcuno ha sbagliato numero e ha chiamato New York anzichè dietro l'angolo.
Ho promesso ad un'amica che sarei andata a trovarla nel pomeriggio, ma ho paura ad uscire di casa: e se ci fosse ancora una scossa ed io fossi "lontana" da FF?
Mi ripeto che è una preoccupazione del cavolo, che devo essere una persona razionale e non devo farmi prendere dal panico (sono bravissima a dirmi quello che dovrei o non dovrei fare, in linea di principio), ma quando sono a pochi chilometri da casa, in auto, un'altra scossa. Fermo l'auto a bordo strada, in un campo, scendo e cerco di calmarmi. Faccio dei bei respiri profondi. Ho i nervi a fior di pelle, letteralmente.

Domenica notte sento, a partire dall'una circa, tante piccole scosse.
Il letto trema appena, sono i miei nervi ad essere quelli più scossi. Che diavolo sta accadendo? Sì, lo so quello che dicono i notiziari, ma che diavolo sta succedendo? Qualcuno me lo spiega con parole semplici? E chi diavolo ha avuto la splendida idea di scrivere su quel sito balordo su cui sono capitata che questo non sarebbe che l'inizio di un devastante sciame sismico?
Nel buio rimango immobile, con le chiavi dell'auto (chissà perchè) sempre strette in pugno. Non dormo, non posso. Ogni volta che mi ripeto che è finita il letto balla ancora, appena, giusto per ricordarmi che non è finito proprio un [@##° e che lui, il terremoto, può ricominciare quando gli pare e piace.

Per due notti non dormo, coi nervi a fior di pelle.
Da ieri sera un borsone dapprima accanto al letto, ora nel bagagliaio dell'auto. Un borsone con dentro scarpe, una tuta, un kit di primo soccorso, una coperta. Il necessario per far fronte alle prime ore di una ipotetica fuga.
Ora so che cosa vuol dire dormire come i gatti, con un occhio aperto. Scusate, sarò una cagasotto, ma anche se quello che abbiamo sentito qui a Padova è stato niente rispetto all'Emilia Romagna, anzi qui non è proprio accaduto nulla, da sabato notte non riesco a rilassarmi, come colpita da una mini sindrome post traumatica da stress.

La Redazione